DISCUTERE SENZA LITIGARE.
Una proposta di educazione collettiva al dibattito cooperativo
Che significa discutere nella nostra società? i modelli sono l'inevitabile litigio che conclude il talk show, le dispute di partito, pretestuose e viziate dall'ideologia, le polemiche al Bar Sport dove tutto diventa tifoseria. Sinceramente non se ne può più e di certo la filosofia potrebbe impegnarsi maggiormente nell'offrire modelli di buone pratiche alternative. Per questo Diogene ha deciso di lanciare una campagna in favore del dibattito coocperativo, una proposta che in alcune città è già un'esperienza.
"La discussione è una guerra", si dice. Ma può essere anche un conflitto cooperativo. Eccone un buon esempio, sorprendente e reale. Quattro giovanissimi studenti dibattono con altrettanti colleghi, con piglio sicuro, passione e padronanza logica sul tema: "Si deve riservare al Ministero dell'istruzione il controllo pedagogico, amministrativo e finanziario dell'educazione?" Una giuria composta da tre giudici ne valuta le prestazioni. Succede un cosa incredibile: uno dei ragazzi avanza un'obiezione forte. L'interpellato replica prontamente ed efficacemente. Con la platea applaude lo stesso antagonista che gli ha rivolto l'obiezione. inconcepibile per noi. Come se i laziali applaudissero un gol di contropiede di Totti.
Tornei di dibattito
Siamo alla finale di un torneo di dibattito scolastico, a cui si arriva per eliminazione-selezione progressiva proprio come nei campionati sportivi. L'incontro-scontro non avviene in America del Nord, n&eacuto in Canada, n&eacuto in Australia, ma in Cile, nel paese (quello contemporaneo, più reale del "paese inventato" di isabel Allende) dove esiste una Sociedad de Debate che, da sedici anni, opera nell'Università Diego Portales di Santiago per formare studenti capaci di dibattere sulla base di modelli non pedissequamente mutuati da quelli nordamericani. Quando iniziative del genere saranno attuabili anche da noi? Quando potremo assistere a un confronto fra licei, a un torneo di dibattito tra studenti delle scuole superiori? Un addestramento, in ambiente disciplinato e protetto, alla "guerra di parole" servirebbe anche a contenere i conflitti extra-verbali. Se la discussione è davvero una guerra, è l'unica guerra, non ingiusta, che è bene fomentare. "Competizione e conflitto in un quadro di cooperazione" non è un'utopia od un ossimoro, ma è una condizione che rispecchia la condizione della vita stessa. Nella vita necessariamente si deve tenere conto di tutti gli altri: così chi discute deve tenere conto di ciò che dice l'altro e far tesoro della replica dell'interlocutore, che sia amico dialogante o avversario polemizzante. Diciamo che imparare a dibattere e a dibattere bene dà una grossa mano a vivere e vivere bene.
Perchè discutere?
C'è chi non ama la discussione. C'è chi ritiene che vi siano cose che non si possono discutere. C'è chi ritiene che discutere faccia perdere tempo. C'è chi preferisce un "sistema d'ordine". Discutere è in effetti impegnativo. Ma ne vale assolutamente la pena: discutere è un diritto, un dovere, un piacere. C'è sicuramente un rischio nel valorizzare la sua dimensione ludica, per chi è troppo timido e per chi, viceversa, è troppo istrionico. Per questo servono alcune regole minime, di natura etica e di natura tattica. A titolo di esempio:
1 Mettiti al posto dell'interlocutore. immaginati che cosa diresti o faresti se fossi "nei suoi panni" e "nella sua posizione". Per capirne le ragioni, ma anche per capire i limiti della sua tesi. Cerca di verificarne e falsificarne la posizione punto per punto, dal suo punto di vista.
2 Lascialo dire. Eterodossi, falsari, sciocchi (ai nostri occhi) dicano pure liberamente la loro. Sta a noi smascherare la loro eterodossia, falsità, sciocchezza. Facciamoli parlare e facciamoli scoprire. in una discussione non è grave che si usino tutti gli argomenti. E' grave che la controparte non ne riconosca e ne neutralizzi l'inconsistenza. Sono due esempi di comportamento liberale e insieme tattico-strategico.
Vantaggi della formazione scolare al dibattito
In un ambito strettamente scolastico, una formazione al dibattito presenta una varietà di impareggiabili meriti, almeno sotto tre punti di vista: non solo ovviamente dal punto di vista di crescita personale dei partecipanti, ma altresì sotto l'aspetto pubblico e quello organizzativo. Un responsabile scolastico potrebbe apprezzare il fatto che un torneo di dibattito valorizza gli spiriti "divergenti" e canalizza le capacità dei leader naturali. il risultato sarebbe quello di moderare o orientare la natura istrionica di alcuni studenti, poco controllati in classe e frustrati da necessarie esigenze disciplinari. Per converso, e in secondo luogo, sarebbe d'aiuto nel far vincere la timidezza paralizzante di studenti caratterialmente introversi: impegnarsi con altri in una discussione migliora le capacità anche di chi non è particolarmente bravo, non particolarmente dotato di dialettica per natura. in terzo luogo, crea spirito di gruppo. Si lavora con gli altri, compagni sodali della propria squadra e transitori antagonisti della squadra opposta: si attualizza il significato letterale del "convincere", vale a dire "vincere insieme". Saper discutere è saper con-vivere, oltre che con-vincere. in quarto luogo, il dover esporre e difendere pubblicamente le proprie idee, soppesare e contestare di fronte ad altri posizioni altrui, costringe a dar voce ad idee, a far funzionare corde vocali, mani, corpo oltre che pensiero, cervello, testa. infine, si apprende che si possono cambiare le cose anche senza armi, senza violenza, senza sommovimenti o operando una rivoluzione con la gentile costrizione della parola che persuade o che convince. Se così stanno le cose, non si comprende come mai, a differenza di quanto avviene in altri Paesi, in cui una tradizione di alta e sana retorica non è mai venuta meno, da noi non vi sono corsi o manuali di dibattito (non si dice e non si pretende "creativo"), mentre ne abbiamo in abbondanza di scrittura, che dovrebbe essere un'operazione successiva. La capacità di produrre ragionamenti, "buoni" o almeno "belli", validi o persuasivi, non dovrebbe essere preliminare alla capacità di scrivere bene? Saper argomentare non significa semplicemente saper costruire una catena inferenziale, ma vuol dire anche sapere individuare gli anelli spezzati o mancanti di una catena e inoltre saper radiografare ed eventualmente ricostruire questi anelli e ricomporre questa catena. O per usare un'altra immagine, saper sistemare una scala, ricostruendone i gradini rotti o collocandola su un terreno meno cedevole. Fuor di metafora, significa anche saper individuare i ragionamenti sbagliati o sballati (di cui si può essere vittime o colpevoli, ignari o sofisticamente consapevoli) e sapervi replicare.
Dibattere: un metodo e una disciplina
Obiettivo di una sana formazione è quello di creare persone consapevoli e libere, coscienti e autonome. Concretamente ciò significa formare individui in grado di pensare con la propria testa, capaci di sottoporre a collaudo queste loro elaborazioni, capaci di difenderle, di valutare le elaborazioni degli altri. Questo è precisamente lo scopo di un progetto di educazione scolare al dibattito: incentivare le attitudini utili e le conoscenze necessarie a promuovere le capacità di argomentare e di discutere. in una formula: formare persone capaci di argomentare e contro-argomentare. Con due avvertenze. La prima: se i destinatari sono studenti di scuola primaria va messo in conto il rispetto della naturale, progressiva diversificazione cognitiva e va esercitata la necessaria cautela nel chiedere a soggetti in fase di formazione di elaborare alternativamente tesi pro e contro su questioni complesse. La seconda avvertenza: si lavora su doti in gran parte innate, bench&eacuto educabili. il punto è: educabili fino a che punto e come? Dal punto di vista metodologico, sembra preferibile un taglio inverso rispetto a quello invalso in certi trattati di logica, che danno l'impressione che ogni forma di ragionamento ingannevole sia qualcosa di patologico o un malsano fenomeno "illogico". A volte si trattano le incoerenze e le impertinenze polemiche come se fossero fatti anormali, eventi non solo deplorevoli ma inusitati. in realtà l'abuso discorsivo, intenzionale o no, è una condizione normale; e a cui è bene imparare a fare fronte. La trattazione potrebbe essere di tipo "correttivo": che cosa fare quando le cose non vanno, i ragionamenti vanno storti e l'interlocutore è scorretto, anzich&eacuto stilare un, per molti versi inapplicabile, codice del retto ragionare e del bravo, onesto disputante. in positivo invece si può educare al dibattito fornendo le regole minimali per strutturare logicamente il discorso, seguendo un filo e nel rispetto di alcune regole empiriche (quelle che, per esperienza e di fatto, sappiamo rendono la discussione un po' più proficua, mentre la rendono più problematica se non le rispettiamo) e teoriche (come certe norme di scambio conversazionale).
DIRITTI
1 - Ho il diritto di esprimere il dubbio su tutto, perch&eacuto niente è fuori discussione. Questo diritto è anche un dovere e talvolta persino un piacere, quello di replicare per il gusto del duetto colloquiale o dello scontro competitivo.
2 - Ho il diritto di non dire tutta la verità: "il falso non dico, ma il vero non tutto e non a tutti." il che non vuol dire mentire, ma accettare l'idea che la verità emerge dal confronto di prospettive parziali apertamente caldeggiate.
3 - Ho il diritto di sottrarmi al gioco dell'avversario e di svincolarmi dalla sua dipendenza. Fra la risposta perfettamente a tono e quella fuori luogo c'è un prezioso margine di libertà che consente di rispondere in maniera da assecondare l'interlocutore e da soddisfare l'uditorio, senza subire tuttavia la sua iniziativa.
4 - Ho il diritto di difendere, in maniera attiva o passiva, le mie posizioni e me stesso. Difendere le mie idee e me stesso è uno dei diritti inderogabili del disputante.
5 - Ho il diritto di poter concludere il mio discorso, diritto elementare, ma non sempre accordato. Tanto più che chiudere, fosse anche trionfalmente, una discussione non vuol dire risolverla.
6 - Ho il diritto di aspirare alla vittoria. Con il suo corollario, il diritto di essere cooperativamente competitivo: non cooperativo negli argomenti, ma cooperativo nella condotta.
7 - Ho il diritto di usare i "miei" argomenti. Essendo in due a giocare, spetta al mio interlocutore porre il veto sulle mosse giudicate "discutibili".
8 - Ho il diritto di appellarmi a una terza parte nel sostenere le mie tesi, sia esso l'uditorio o un giudice (che emette un verdetto, ma non stabilisce l'accettabilità di una tesi).
9 - Ho il diritto di essere giudicato per quello che penso e che dico, non per quello che ho fatto. Non si devono rinfacciare solo comportamenti, quando si sta discutendo di idee e opinioni. A differenza del giudice, che deve perseguire il corrotto e non la corruzione, chi discute è bene che persegua la fallacia e non il fallace.
10 - Abbiamo il diritto di cambiare regole e diritti della discussione di farlo nel corso della discussione. Chi partecipa a un dibattito cooperativo può riformularne le regole, rivederne le procedure, ridiscuterne le mosse lecite e illecite, mettersi d'accordo sulla conduzione. Oggetto di dibattito è anche "come dibattere". Ciò non garantisce la verità della conclusione, ma la doverosa correttezza procedurale, che ne è la condizione formale.
DOVERI
1 - Ho il dovere di non ritenermi infallibile, di non ritenere le mie idee intoccabili e i miei argomenti incontrovertibili. Cercherò d'essere convincente ma, se lo sarò meno del mio interlocutore, lo riconoscerò, se non altro in cuor mio. Mi manterrò comunque aperto al dubbio e disponibile a rivedere le posizioni di partenza.
2 - Ho il dovere di cercare un punto di partenza comune. individuare le premesse condivise è fondamentale perch&eacuto dal niente non nasce niente.
Non possiamo misurarci se disponiamo di due metri diversi. Non concluderemo nulla se discutiamo a partire da criteri di giudizio diversi, soprattutto se non ce ne rendiamo conto.
3 - Ho il dovere di attenermi a ciò che credo vero. Non spaccerò per oggettivamente vere affermazioni che so essere false o puramente soggettive.
4 - Ho il dovere di portare le prove richieste. Se mi si chiederà di dimostrare, lo farò oppure dimostrerò che la pretesa è assurda. Le prove saranno qualitativamente adeguate e quantitativamente sufficienti. A volte ne basterà una sola; ma potrà essere necessario accumularne più d'una.
5 - Ho il dovere di non eludere le obiezioni. Nella disponibilità a rispondere alle contestazioni sta la ragion d'essere del mio partecipare alla discussione e quindi non la farò naufragare sottraendomi alle critiche.
6 - Ho il dovere di non scaricare l'onere della prova. Se la patata è bollente, continuerà a scottare quando tornerà in mano mia.
7 - Ho il dovere di essere pertinente. L'irrilevanza degli argomenti è una delle cause più diffuse di vizio logico e di fallimento delle discussioni.
8 - Ho il dovere d'essere chiaro. L'ambiguità è una grande risorsa per i comici, non per chi discute.
9 - Ho il dovere di non deformare le posizioni altrui. Nel riferire i fatti o nel riformulare gli interventi altrui applicherò il principio di carità che impone, in positivo, di essere comprensivi e, in negativo, di non distorcere. Mi atterrò sempre alla migliore interpretazione possibile delle posizioni altrui.
10 - Ho il dovere, in condizioni di stallo finale, di sospendere il giudizio, a meno che questo non comporti un danno maggiore. E in presenza di nuovi elementi, accetterò di riaprire e di rivedere il caso.
La carta dei diritti e dei doveri è tratta e rielaborata da Botta e risposta. L'arte della replica, di Adelino Cattani, il Mulino, Bologna, 2001, 20062, pp. 129-30, 225-27.